Edizione 2018

La 32^ edizione del Premio letterario “Carlo Cocito” è stata assegnata ad Enrico Remmert, con il libro di racconti “La guerra dei Murazzi” (Marsilio editore)

In questa edizione Remmert ha avuto la meglio sugli altri finalisti:

Massimiliano Bardotti  “I dettagli minori” (Fara Editore)

Michele Orti Manara  “Il vizio di smettere” (Racconti Edizioni)

Dario Franceschini  “Disadorna e altre storie” (La nave di Teseo)

Bruno Nacci  “La vita a pezzi” (Solfanelli)

Luca Ragazzini  “A mille parole di profondità” (Macabor)

Teodoro Lorenzo  “Le streghe di Atripalda” (BradipoLibri)

Franca Oberti  “Sussurri e rivelazioni “ (Fara Editore)

Mario Fortunato “Tutti i nostri errori” (Bompiani)

Con il suo libro si è aggiudicato dunque il premio, ed è stato intervistato da Guido Davico Bonino e Giovanni Tesio durante la cerimonia di premiazione, avvenuta domenica 2 Settembre 2018 sul palco della scenografica piazza della vecchia parrocchia a Montà d’Alba, a lato del castello cinquecentesco.

La motivazione del Premio:

“Da Torino a Tirana, da Torino a L’Avana, ma Torino sempre, fin dal titolo. Nei tre diversi racconti del suo libro La guerra dei Murazzi (Marsilio), Enrico Remmert mostra di avere raggiunto una maturità narrativa indiscutibile, mantenendo vivo il sound dei suoi esordi (una desultoria ma onnipresente malinconia, saldandolo però a una concretezza e a una minuzia di cose: come a dire che dalle cose (dai gesti, dai fatti, dagli accadimenti a volte casuali) emergono i conflitti, i disagi, la scienza del poco o del nulla. Non dunque facili descrizioni, ma parole attive, vita che va e che va come può o sa, tra l’espresso e il sottinteso, tra il dichiarato e l’alluso. Per un verso dunque una continuità, per altro uno scatto in avanti o in profondità. Sia perché la vita gregaria, la vita di gruppo, che apparteneva a un ineludibile tratto generazionale (la solitudine conclamata, che si fa gruppo, e che si vive in gruppo) anche attraverso i fili di una socialità sghemba, trasgressiva, promiscua, sottilmente dispersa e disperata, qui si approfondisce e si scava. Sia perché le storie narrate (anche la più apparentemente scorporata, ossia l’ultima, ottima ma forse più “di genere”: il biblico Baal, mostro che assurge a simbolo concreto di un male ancora una volta comune, di un precipizio o abisso che ci riguarda tutti, un racconto che un po’ sta tra McEwan e i fratelli Coen) rivela una volontà precisa di collegamento sociale, storico, capace di congiungere il privato a una sorta di comune – ineludibile – destino.”