Edizione 2010

La motivazione del Premio Cocito al 1° classificato, Federigo De Benedetti, con il libro “Il nome del padre” (Instar):

FEDERIGO DE BENEDETTI

“Il nome del padre
di Federigo De Benedetti, pubblicato da Instar, è il libro di un ateo convinto quale l’autore si dichiara, ma induce a una riflessione che non appartiene alle facili confutazioni di un ateismo da strapazzo. Da questi racconti che il sottotitolo definisce provocatoriamente “blasfemi” – scaturisce una prospettiva di umanità profonda e persino commovente, mentre dal gioco dei tanti casi proviene il sentimento di un esistere in rotta con le abitudini più viete, con i pensieri più scontati, con le pigrizie e le paure della mente che si rintana per non vedere. Racconti da cui spuntano suggerimenti capaci di rompere con le convenzioni e di mettere di fronte alla nuda parete di un enigma – quello dell’alterità – che resiste ad ogni dichiarata certezza. Equivoci, rovesci, affondi e anche un umorismo diffuso. “Quasi un ‘Vangelo’ apocrifo”, come conclude Gianpaolo Anderlini nella postfazione che – per ammissione stessa dell’autore – riesce a innalzare le parole blasfeme “tanto da trasformarle quasi in preghiere”.”

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Il lavoro di De Benedetti è stato il primo classificato dei tre vincitori scelti dalla giuria tecnica del concorso, con Elisa Ruotolo e Ornela Vorpsi.

 

ELISA RUOTOLO – “Ho rubato la pioggia” – (nottetempo)

“Al filo tenace di una speranza che sta “in fondo a tutto” sono legati i tre racconti dell’esordiente Elisa Ruotolo, Ho rubato la pioggia, pubblicato da nottetempo. Tre storie ambientate nel Napoletano. Tre storie che si avvitano intorno a un’idea di racconto mentale, tutto fatto di cose che accadono o che sono accadute, ma che sembrano partorite da una favola o da un sogno, sia quando a raccontare è una prima persona, sia quando il racconto è in terza persona. Ad aprire è la storia di un uomo che ricorda la sua leggenda da poco. In mezzo la sghemba traiettoria di una donna anziana ingannata da un ritorno impossibile. A chiudere, il “romanzo” di un uomo che ci parla di un mondo minimo ma abbarbicato a luminose complicità. In tutti i racconti, con le difficoltà d’ogni giorno, i sogni infranti, le stanchezze diffuse, anche una strana, sotterranea luminescenza. E poi un linguaggio fervido e metaforeggiante, che diventa capacità di inventare la vita, di darle spago, di coglierne la musica segreta, la forza del destino.”

 

ORNELA VORPSI – “Bevete cacao Van Houten!” – (Einaudi)

Quattordici i racconti di cui si compone il libro pubblicato da Einaudi, Bevete cacao Van Houten!, di Ornela Vorpsi, una scrittrice vissuta fino ai 22 anni in Albania, la quale scrive un italiano non diverso dal francese (“più cristallino di quello che possono parlare gli stessi francesi”) sognato da Lucien, il protagonista del racconto di mezzo, Lumturi disparue. Attraverso la storia di Moma che non muore mai, di Petraq che diminuisce ogni giorno di più, di Sabrina inghiottita dall’”Onda”, di Arti che sbriciola gli specchi a pugni, di Teuta che si carica di un sogno mai sognato prima, e di altre vicende di realismo simbolico e a tratti surreale, la Vorpsi ci parla del suo paese d’origine, che è riuscito a sfuggire dall’”odiata prigione” degli ideali rossi. Ma soprattutto ci parla della vita e della sua stranezza, del corpo e della sua importanza, dell’amore e della sua necessità, della bellezza e dei suoi inganni, della morte e della sua subitaneità. Da un lato la sofferenza, il dolore, l’ansia, il disagio, la fatica di vivere; dall’altro la forza resistente dell’incanto e dell’ironia.