Chi è Carlo Cocito

Il nome di Carlo Cocito è noto oggi nel Roero per via del Premio nazionale di narrativa a lui dedicato che si tiene dal 1987 a Montà d’Alba e che premia i libri di racconti degli scrittori italiani emergenti.

Pochi conoscono però il personaggio, complesso e versatile, il poeta e la sua opera letteraria

Ecco cosa dice di sè Cocito nelle poche righe di introduzione alla sua raccolta di poesie dialettali del 1971,

“Tra Busson e rovej”: “ sono nato il 4 dicembre del 1900 a Montà d’Alba. Qui ho passato gli anni dell’ infanzia fino a quando nel 1911 la mia famiglia si trasferì a Torino, dove ho vissuto cinquant’anni. Ora vivo a Montà. Ho trascorso quarant’anni in banca, e sono grato al destino di avermici cacciato dentro. Vi ho imparato a lavorare sodo e ad aspettare. Non è vero che lì si spenga ogni anelito alla poesia. La fede nell’arte scaturisce dagli opposti, esplode dall’antitesi. Problematico, pragmatico, lunatico, non sempre riesco a veder chiaro nel trascendente ch’è in me. E’ dalla nebbia delle mie colline che scorgo il sole spuntare sulle cime.”

Questo tratteggio autobiografico è stato elaborato dall’autore nell’ultima fase della sua vita, quando, di ritorno nel Roero, cerca un legame con i luoghi d’origine che sono per lui matura fonte di ispirazione letteraria.

La famiglia Cocito è da sempre una famiglia benestante e Montà è il paese da cui prende vita il suo albero genealogico: i Cocito occupano posizioni di rilievo nell’Amministrazione, sono sindaci, notai, possidenti e preti, e la storia della famiglia si interseca con quella del paese fin dal 1600. La casa di famiglia, a cui Carlo lega i suoi ricordi infantili e in cui ritorna da vecchio, è una casa rustica ma elegante, affacciata sulla strettoia di ingresso al paese, visuale privilegiata da cui monitorare i passaggi e il movimento di persone e merci nel paese.

Il padre dell’autore, Alfredo Cocito, è un affermato geometra, ma alcune speculazioni finanziarie sbagliate lo portano a perdere ingenti sostanze e lo costringono alla vendita di terreni e proprietà, tra cui la nota Cascina Valoira tra Montà e Pralormo. Questa situazione di disagio porta al trasferimento di tutta la famiglia a Torino e all’impossibilità per Carlo di coronare la brillante carriera scolastica con un percorso universitario; si diploma infatti al Liceo Classico D’Azeglio, dove conosce Pier Giorgio Frassati e la sorella Luciana, cui resterà legato da un profondo vincolo di amicizia, e inizia a frequentare quegli ambienti culturali che saranno un costante salotto anche durante i quarant’anni di lavoro in banca.

Mentre il fratello Mario intraprende un avventuroso percorso di viaggi ed esplorazione dei continenti come capo telegrafista sulle grandi navi, Carlo e il fratello minore Alessandro hanno una vocazione piuttosto stanziale e rimangono legati per tutta la vita alla città della Fiat e alla campagna del Roero. Alessandro, grande appassionato di sport ed in particolare di calcio, fa da mecenate alle giovani squadre del paese e nel tempo costruisce una nuova casa di campagna nella zona Sulpiano, dove invita regolarmente i molti amici torinesi tra cui si ricorda un giovane Umberto Agnelli. L’amicizia tra i due è siglata dal comune impegno nell’amministrazione della Juventus, di cui Alessandro diventa consigliere proprio nel periodo in cui a presiedere la squadra è Umberto Agnelli: ancora oggi molti montatesi ricordano l’annuale pranzo in campagna dei giocatori bianconeri, ospiti presso Casa Cocito.

Anche Carlo a Montà trascorre abitualmente le ferie estive e proprio durante un periodo di oziosa villeggiatura conosce la ginevrina Yvonne Manin, la donna che rimarrà legata a lui per tutta la vita; la ragazza, di undici anni più giovane, è nipote del medico condotto Ermello Barbero, sposato con una donna della cittadina svizzera fin dai tempi degli studi in medicina all’estero; Yvonne viaggia dunque tra Ginevra e Montà durante la pausa dall’anno scolastico e fa spesso visita agli zii per lunghi periodi.

Il Roero è dunque lo scenario da cui prende il via la relazione tra i due, che si sposano e si trasferiscono a Torino, dove Carlo è impiegato dapprima alla Banca Commerciale Italiana, in seguito alla Comit. La quotidianità del futuro poeta tra incarichi di alta responsabilità finanziaria, conti, fidi, prestiti, è vissuta con grande sacrificio e una trasparente insofferenza, mitigata dalla sua passione per la letteratura, la poesia, la storia, la musica. Interessi culturali che condivide e dibatte con personalità del mondo accademico dell’epoca, tra cui storici e filosofi della statura di Vittorio Beonio Brocchieri, Luigi Firpo, Alessandro Galante Garrone, Alessandro Passerin D’Entreves, Franco Antonicelli, o nei quali si rifugia in solitudine, concedendosi qualche visita alle città d’arte italiane e la consueta gita a Venezia per il Festival del Cinema.

Nel 1936 nasce l’unico figlio, Franco Cocito, che seguirà la strada del padre sia nell’impiego come bancario che nei suoi versatili interessi culturali, in particolar modo l’arte, che lo vedrà amico di molti pittori torinesi a cui sono riconducibili i disegni riprodotti nel futuro libro di poesie del padre.

Nel 1961 il raggiungimento della pensione aiuta Cocito a soppesare le cose importanti a cui ricondurre la propria esistenza, e immancabile è il ritorno a Montà. Qui si inserisce nella vita di paese come animatore culturale e aggregatore di giovani, costituisce una sorta di cenacolo letterario e si adopera, all’interno della locale Pro Loco, per organizzare mostre d’arte e manifestazioni con presenze di spessore: una fra le tante sarà la Sagra del Vino sincero, versione restaurata della consueta sagra di settembre. E’ in questa nuova stagione di vita che emerge un Cocito non costretto dai rigidi schemi della vita cittadina, ma anzi sempre più libero verso se stesso ed aperto agli altri; ed è proprio dal 1970 che che inizia finalmente ad esprimersi attraverso la scrittura, con una vasta produzione di saggi, articoli, componimenti poetici.

Il suo interesse per la storiografia locale lo spinge a consultare gli Archivi comunali e parrocchiali di Montà, portando a conoscenza della comunità le vicende dell’assedio francese del 1691, quando l’esercito del generale Catinat mise a ferro e fuoco la “Montata fangi” dell’epoca: tali fatti furono trascritti nel libretto “Drammatiche pagine di storia montatese”. La sua vocazione da ricercatore si amplia e lo porta ad analizzzare e riportare alla ribalta la figura del giacobino albese Parruzza, di cui scrive nel saggio “Il cittadino Parruzza” edito dal Centro Studi Piemontesi. Inizia a collaborare come giornalista anche con Stampa Sera e la Gazzetta del Popolo sui temi più disparati, spesso come semplice occhio sul mondo di provincia: sua, ad esempio, è l’ultima intervista a Beppe Fenoglio, a cui vanno spesso i riferimenti letterari della sua opera poetica.

La sua vivace presenza presto si fa sentire anche oltre Tanaro, nell’ambiente culturale albese dominato da Raoul Molinari; qui viene presto coinvolto nella redazione della rivista quindicinale “La Bilancia” e frequenta un amico di vecchia data, Oreste Gallina, poeta dialettale nativo di Mango e tra i fondatori della Compagnia Dij Brandé. Con Oreste Gallina le affinità sono molte ed è facile immaginarsi un comune bisogno di esprimere nella lingua primigenia e primitiva, il dialetto, le proprie urgenze interiori.

Esperienza dirompente è per Cocito il ritorno ai luoghi della propria infanzia, verso un mondo dai colori stinti, che si è portato via gli affetti primari e che sta per sparire, fagocitato da una nuova epoca, insieme ai molti oggetti desueti dei lavori contadini. E sono proprio la terra d’origine e le radici contadine i temi che ispirano le sue poesie dai riferimenti letterari colti e raffinati, da Montale a Pavese, da Novalis a Wagner.

Ricorre spesso quel mondo primigenio con cui misurarsi e in cui ritornare per riassaporare le emozioni che contano, quelle atmosfere infantili cariche di sostanza e significati che riecheggiano nelle liriche del suo primo libro “Miti, memorie e riti dalla mia terra” pubblicato per volontà del fratello Alessandro presso l’editore Vincenzo Bona di Torino.

Le 37 poesie, scritte in italiano, raccontano con un linguaggio più raffinato e colto gli stessi temi che saranno poi ripresi, addirittura semplicemente tradotti in dialetto, nel secondo volume di poesie “Tra Busson e rovej”, del 1971. Le poesie sono brevi componimenti dalle immagini molto forti, a volte folgoranti, che prendono spunto dalla natura che scatena emozioni (gli alberi, le rocche, il lavoro in campagna) o da oggetti insignificanti che tornano alla mente da un passato lontano (il carro, la culla, la trombetta).

L’ opera poetica di Cocito, forse per il carattere schivo e riservato con cui egli improntò il suo modus vivendi, e cioè un agire “in punta di piedi”, non ebbe il dovuto seguito negli ambienti letterari dialettali, e meriterebbe oggi di essere riletta, almeno da noi concittadini che condividiamo storie e temi da cui trae ispirazione: riscopriremmo un personaggio senz’altro austero, misurato, per il quale la poesia è l’unico modo serio per contenere la disillusione della vita; ma con un finale a sorpresa: le sfaccettature ironiche e scherzose delle sue ultime poesie, nella sezione “Plin e basin”, dove l’umanità delle relazioni sociali rende meno altisonante quello “scavare addentro alla materia vitale della terra piemontese, con sincerità e semplicità, non senza asprezza e mestizia.”

tratto dall’articolo “Ma ti ‘t reste , o tera mia” di Olga Scarsi

 

POESIE DI CARLO COCITO

Da “Miti, memorie e riti dalla mia terra”:

Carro antico

Mi svegliava al mattino / il tuo tocco sordo / sul selciato di pietra, / il tuo lento andare / con i buoi aggiogati / verso il nuovo giorno. / Fanciullo dormivo / nel meriggio infocato / sul tuo duro piano / giaciglio soave / all’ombra delle acacie / con un po’ di fieno / come rustico guanciale. / Or posi stanco / sotto il porticato / amico inerme / di un’età ferace.

Le “Roche” di Monteu

Vieni. / Prudente sia il passo / che conduce all’orrida soglia. / Abisso. / Terra che frana. / Pianta che luce implora / poi divelta / sprofonda / giù / dove l’occhio repugna. / Di larve un vermicaio. / Dantesca memoria. / Or basta. / Intorno lo sguardo volgi. / Vastità di luce e di spazi, / onda di verde e di terra, / che si perde, / si stanca. / Vedi? / Laggiù / le colline di Pavese / la Langa.

Da “Tra Busson e rovej” :

Tèra mia

Terra autem in aeternum stat ( Ecclesiaste, I-IV, 2)

A ca mia, an sla colin-a / son tornà dòp tanti ani / ed magon e ‘d nostalgìa./ Da levant fin a ponent, / ant le ore ed sol e ‘d vent, / che splendor, che maravija! / E a guardé cost paisagi, / solevà tra tèra e cel, / ij sagrin a vòlo vìa. / passo ‘l temp, la mòrt, la vita, / le speranse e ij dolor, / ma ti ‘t reste, òh tèra mia!.

El peilo

La console rococò, la specera. / La pèndola. La taula ‘d nosera, / el tapis esbiavì; an mes un piat pin / ed fruta sporìa. Na stampa ‘d Gonin / con el castel del cont Mora, / sla pòrta dla scala ch’ va d’sora. / Un fià de stantiss, ed frescura. /

Ij ritrat dij vej. Ij ridò ‘d “filé”. / El franclin ed Castlamont e ij brandé. / An fond, el piano duvert, descordà. / La tapissarrìa rusià, s-ciancà. / Mond esvanì, desmentìà. / Mar d’ombre ch’a viro, / vos moribonde ch’a spiro.

(Peilo: stanza da pranzo vicina alla cucina, ma anche il luogo dove si riviveva l’intero destino di una famiglia.)

La cun-a

Giù, an cròta, / ant un canton, / sensa na piòta / a- i é la cun-a / ed quand i son nà. / Che pen-a ‘m fa / an mes le bote / e le carere. / Come na masnà / abandonà. / Ma s’ambreuja / perchè j’é gnun / ch’a s’ancala / de s-ciapela / e peuj brusela?

J’ arbre

A l’ombra dj’arbre mi m’arpòso. / Tennre al vent tramolo le feuje. / Strach, el lìber an sl’erba i pòso. / Antan, dossman, perdo le veuje./

El besbìj dle feuje, ‘l cel azur / desvìjo an mè cheur tante memòrie./ Vision giojose, pien-e ‘d color, / stòrie gloriose, stòrie d’amor.

Paura ‘d nen esse capì.

Se i leso a certa gent /le poesìe dij mè torment, / dòp a guarda stupìa / cost pòvr òm ch’as la pija / a fé dla poética / ant l’época dla cibernética. / Anlora la paura am pija / che l’ìntim torment / che l’ànima am rùsia / per cola gent ( a sia / col desturb intestinal, / el mal, / ch’a ven dòp l’indigestion / anche ant l’época dl’automassion.